LE CASE DELLA COMUNITA’

Nella ricostruzione della medicina territoriale un pezzo importante è sicuramente quello costituito dalle istituende Case della Comunità, introdotte nella legge della sanità lombarda in virtù della previsione nazionale e del finanziamento operato dal PNRR.

Le Case della Comunità dovrebbero rappresentare un modello assistenziale-organizzativo che accoglie tutta l’assistenza al paziente cronico, le cure primarie e la medicina territoriale, i presidi nei quali i servizi territoriali trovano concentrazione fisica intorno ai medici di medicina generale, organizzati secondo forme associative.

Le Case della Comunità dovrebbero avere natura multidisciplinare e multiprofessionale ed essere costituite da medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti, medici di continuità assistenziale, infermieri, collaboratori di studio, assistenti sociali. Tale modello permetterebbe di offrire agli assistiti una maggiore accessibilità, prevedendo la presenza della medicina generale nella sede di riferimento per 12 ore al giorno ed un’integrazione con la continuità assistenziale per garantire un’efficace copertura per 24 ore al giorno. Per un’appropriata medicina di prossimità è indispensabile il potenziamento delle figure sanitarie dell’infermiere di famiglia e comunità, dello psicologo di territorio e dell’ostetrica di famiglia. Le case della comunità hanno un unico obiettivo: rispondere con efficacia ai bisogni assistenziali del territorio, migliorare la salute comune per comune, quartiere per quartiere (Case della Comunità) e persino casa per casa (Case digitali).

In realtà per ora Fontana e Moratti non stanno colmando il divario accumulato in tanti anni di gestione del centrodestra. Bastano i numeri a dirlo: in Lombardia servirebbero 500 Case di comunità, come dice il Ministero della Salute, ma la Regione ne prevede solo 115 nella prima fase e 216 a regime. Nell’ATS della Brianza per ora sono in programma solo 14 Case di comunità quando dovrebbero essere 43.

Di sicuro non basterà cambiare l’insegna di una struttura già esistente per creare un servizio che sia davvero di comunità, fatto di medici, infermieri, fisioterapisti, logopedisti, tecnici della riabilitazione e assistenti sociali, a cui i cittadini possano fare riferimento tutti i giorni dell’anno per 24 ore al giorno. Le Case di comunità non devono essere dei semplici poliambulatori, come invece li intende la Giunta lombarda. Così rischiano di essere una grandissima occasione sprecata!

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