PUBBLICO-PRIVATO: QUALE EQUIVALENZA?

Il testo del PDL 187, ora divenuto legge, introduce nell’art. 2 (Principi) molte novità di per sé condivisibili, che evidenziano da una parte  la volontà di accogliere i molti suggerimenti pervenuti e dall’altra un’attenzione globale alla persona e al suo percorso di cura nelle varie fasi di un sistema complesso fatto di molti attori.

Nella sostanza però vi è, ahimè, la conferma enfatica dei tre principi che hanno caratterizzato questa riforma già dalla fine degli anni ’90 e cioè:

  • la libertà di scelta del cittadino,
  • il rapporto di equivalenza tra pubblico e privato  e
  • la separazione tra funzioni di programmazione acquisto e controllo e quelle di erogazione.

              Su questi temi sono state sviluppate negli anni svariate riflessioni che hanno messo in luce tutta una serie di contraddizioni e criticità. Mi soffermo in particolare sulla seconda. In merito al rapporto pubblico-privato, il testo utilizza i termini “equivalenza e integrazione”. Ora, se l’integrazione è auspicabile, l’equivalenza è una forzatura che non sta proprio nella realtà dei fatti. Il perché è presto detto! La gestione dell’offerta da parte degli enti pubblici ma anche del privato “no profit” nasce dalla lettura di un bisogno emergente che cerca la più efficiente modalità di risposta in uno specifico territorio.  Non così si può dire del privato profit che nasce e si sviluppa a seguito di una valutazione di mercato per fare business. Mi pare di tutta evidenza che, in termini di ingaggio, non ci troviamo di fronte a una “equivalenza”. In un territorio articolato come quello regionale chi si proporrà per gestire prestazioni  o servizi in un ambito “sconveniente”?  È chiaro che il pubblico debba e il privato no profit li possa mettere in conto, il privato no! E dunque parlare di “equivalenza” in questo contesto non è davvero possibile.

               In Lombardia il 50% delle prestazioni ambulatoriali e diagnostiche è erogato dalle strutture sanitarie private accreditate e in alcune provincie anche oltre il 60%. È un trend in continua crescita. Dalla metà degli anni Novanta, in Regione, i posti letto negli ospedali pubblici sono dimezzati, mentre continuano a crescere quelli nel privato. Se nel privato vengono effettuati il 35% dei ricoveri, questi costano in media al servizio sanitario regionale 4.350 euro a fronte delle 3.450 euro del pubblico. È il frutto di scelte politiche chiare operate dalla Regione guidata prima da Formigoni, poi da Maroni e oggi da Fontana.
 
                Oggi, in realtà, non c’è alcuna libertà per il cittadino: c’è l’obbligo di scegliere il privato a pagamento, perché nel sistema sanitario regionale non c’è posto se non a distanza di mesi e mesi. Non è giusto e non è equo, perché chi non ce la fa a pagare l’esame o la visita nel privato è costretto ad aspettare troppo, e chi, invece, sceglie di pagare per non attendere tempi biblici, paga due volte, con le proprie tasse e poi allo sportello dell’operatore privato.

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